Mascherine U-mask e Covid-19. Ipotizzato il reato di frode. Scoppia il caso

Mascherine U-mask e Covid-19. Ipotizzato il reato di frode. Scoppia il caso
Stefano Pipitone
aggiornato al 20 febbraio 2021

Le mascherine U-mask nell’occhio del ciclone

Il ministero della Salute dispone il divieto di commercio delle
U-Mask Model 2
Richiesto il ritiro del prodotto dal mercato: non sono più dispositivo medico

L’indagine si incentra sulla tesi che le mascherine “dei vip” siano state messe in commercio pubblicizzando un grado di protezione dal virus Covid-19 che, in realtà, parrebbero non avere.

La Procura della Repubblica di Milano ha aperto una indagine sull’ipotesi di reato di frode nell’esercizio del commercio ed a finire iscritto sul registro degli indagati è direttamente l’amministratore della filiale italiana della Società. Ad aggravare il quadro, il reato rientra nell’elenco dei reati che – ove accertati – potrebbero trascinare la stessa società dietro al banco degli imputati, per la responsabilità ex d.lgs. 231/2001 (art. 25 bis.1).
Il Nucleo Antisofisticazione e Sanità dei Carabinieri (NAS) di Trento ha comunicato al Ministero della Salute che la certificazione delle u-mask è stata rilasciata da un laboratorio privo di autorizzazione. Pare la certificazione sia stata rilasciata da una persona priva di laurea. Il campo delle indagini preliminari si estende dalla frode in commercio ad altri reati, come l’esercizio abusivo della professione.
In via precauzionale, le u-mask sono state cancellate dalla banca dati dei dispositivi medici.

Le promesse del prodotto (in breve).
Secondo il produttore la mascherina U-mask (U-mask Model 2), che prima della recente revoca del Ministero era stata registrata come Dispositivo Medico di Classe 1, è stata progettata per “limitare il contagio tra le persone ed è uno scudo durevole di protezione personale, perfetto per ridurre l’esposizione a malattie e contaminanti presenti nell’aria”. Online viene altresì indicata una comparazione tra le U-mask Model 2 e le mascherine FFP-2/N95.

La pubblicità promette: i “microbi (tra cui il virus H1N1) vengono distrutti dall’esclusivo Biolayer patent pending all’interno di U-mask. La formula BioLayer™ brevettata  dalla società ucciderebbe i patogeni invece di bloccarli semplicemente.

La campagna pubblicitaria ha funzionato: la mascherina è diffusa in Formula 1 (Ferrari, Mercedes e McLaren), molto comune tra i parlamentari italiani, è usata dalla coppia influencer per eccellenza, Ferragni e Fedez, solo per dare due coordinate del fenomeno. Le vendite sono arrivate a coprire ben 121 Paesi.

Il reato ipotizzato?

L’indagine è stata aperta in seguito alla denuncia di una società concorrente, con allegati gli esiti di analisi di laboratorio secondo i quali la capacità di filtraggio della mascherina biotech (con il filtro che durerebbe 150-200 ore) sarebbe del 70-80%, a fronte del 98-99% dichiarato ufficialmente.
I Pubblici Ministeri Tiziana Siciliano ed Eugenio Fusco, hanno delegato le indagini alla Polizia locale e alla polizia giudiziaria del dipartimento Salute, Ambiente e Lavoro. È già stato disposto un sequestro probatorio e nominato un consulente di parte per eseguire gli accertamenti tecnico-scientifici del caso.

Ove le informazioni rappresentate all’Autorità Giudiziaria venissero accertate, i fatti verrebbero sussunti nel delitto di frode in commercio, previsto e punti in Italia dal codice penale all’art. 515.

La tesi al vaglio dell’accusa è che il prodotto, venduto come una mascherina innovativa, capace di distruggere microorganismi invece che “limitarsi” a impedirne il contatto, in realtà riesca a filtrare meno delle mascherine chirurgiche in vendita a 50 centesimi.
Nella nota della società, il difensore dell’azienda ha rilevato che sul sito ufficiale della società non si «equiparano» le mascherine a quelle Ffp2 o Ffp3, ma si parla di filtri che durano da 150 a 200 ore.
Poco male. Sul sito la comparazione è visiva, immediata.
Ove venisse riscontrato il minore filtraggio sarebbe complesso escludere ragionevolmente l’induzione in errore in danno dei consumatori.
In via cautelativa l’azienda ha eliminato ogni espresso riferimento all’equiparazione dei poteri filtranti alle FFP3.

A questo si aggiunge il rischio biologico da contagio cui sono sarebbero esposte migliaia di persone, loro malgrado, credendo invece di essere protette. Più protette.

L’ipotesi accusatoria non è irrealistica, giacché elemento oggettivo del delitto in esame è l’avvenuta consegna di un bene diverso (per qualità, nel caso di specie).
Oltretutto, ai fini dell’art. 515 c.p., la diversità del bene deve emergere non tanto dalla denominazione dei prodotti, quanto all’analisi delle circostanze fattuali relative a qualità, tipologia, etichettatura, alla complessiva denominazione ed alle modalità di messa in vendita delle cose in questione.

In attesa di conoscere l’esito delle indagini e di un eventuale esercizio dell’azione penale contro i responsabili, si sottolinea come in questo caso, più che in altri, l’eventuale reato sarebbe stato commesso certamente nell’interesse ed a vantaggio della società. Ai fini della responsabilità della società per fatto di reato (d. lgs. 231/2001) sarà interessante verificare se ed in che misura l’azienda aveva adotto Modelli di Organizzazione, Gestione e Controllo effettivi ed efficaci.
Non resta che attendere l’evoluzione delle indagini.
A prescindere dagli esiti giudiziari del caso, nell’ottica della protezione del bene salute, l’auspicio è che in queste indagini venga garantita la massima trasparenza circa gli esiti delle consulenze tecniche disposte sulle mascherine.

Articolo redatto con la collaborazione della dott.ssa Elena Laudani