Atto arbitrario del pubblico ufficiale. Un caso di reazione legittima

Atto arbitrario del pubblico ufficiale. Un caso di reazione legittima
Stefano Pipitone

Reazione legittima ad atti arbitrari del pubblico ufficiale
Una causa di giustificazione putativa

Corte di Cassazione Sez. VI – sent. 4457/2019

La differenza tra un regime autoritario ed un ordinamento democratico sta anche in questo:
il privato può opporsi e reagire davanti ad un atto arbitrario commesso dal pubblico ufficiale.

Il caso.

Un cittadino italiano, destinatario di una notifica, è stato identificato dalla Polfer a bordo di un treno. Dopo aver consegnato i documenti ed essere stato identificato, una volta in stazione è stato nuovamente fermato dalla Polizia di Stato per una seconda identificazione. L’uomo non aveva commesso alcun reato; era citato come testimone in relazione ad una denuncia che egli stesso aveva presentato.
Ebbene, il privato, ritenendo persecutorio questo secondo atto delle Forze dell’Ordine, ha reagito al tentativo di condurlo dentro una volante della Polizia, con la minaccia di essere trasferito in Commissariato per eseguire la notifica.
Considerata la privazione della libertà, il cittadino ha reagito violentemente all’ “arresto” irrituale, dando vita ad una colluttazione.

Il processo è stato celebrato per le accuse di resistenza e violenza a pubblico ufficiale.

La difesa dell’imputato ha eccepito l’applicabilità della causa di non punibilità prevista dall’art. 393 bis del codice penale per i casi di atti arbitrari commessi dal pubblico ufficiale.

Con la sentenza n. 4457 del 29 gennaio 2019 la Corte di Cassazione ha ripercorso la natura ed i limiti della causa di giustificazione, precisando quando e con che limiti può essere invocata, con particolare riferimento ai casi in cui il privato “ritiene” l’atto arbitrario in via cd. putativa.

Per una comprensione della causa di giustificazione in esame va prima contestualizzata la collocazione e la funzione dei reati di violenza, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, previsti dagli artt. 336 e seguenti del codice penale.

In una Costituzione repubblicana il rapporto pubblica amministrazione e società non è fondato sull’imperio, ma sul servizio della prima sulla seconda.

I rapporti tra cittadino e PA devono pertanto essere fondati su principi di lealtàfiducia e collaborazione.

Quando il Pubblico Ufficiale commette un’azione illegittima, arbitraria, il cittadino ha il diritto di disobbedire.

Cos’è un atto arbitrario?

Secondo la Corte Costituzionale è un atto incongruente per le modalità usate e le finalità perseguite dal soggetto agente. E’ un atto che viola gli elementari doveri di correttezza e civiltà che devono pervadere le azioni dei pubblici ufficiali, (Corte Cost. sent. n. 341 del 1994).

Con questa premessa, il codice penale italiano in vigore prevede una vera e propria scriminante, introdotta con l’art. 393 bis c.p.

Secondo la norma, il privato che reagisce ad un atto arbitrario della pubblica autorità non è punibile, perché non commette una condotta “antigiuridica”.

In caso di atto arbitrario, infatti, il soggetto passivo (pubblico ufficiale) non merita tutela.

Uno Stato democratico garantisce al privato la facoltà di “resistere” per tutelare il diritto arbitrariamente leso o messo in pericolo. E lo sfogo verbale del cittadino, causato del turbamento psichico causato dall’atto arbitrario, anche se commesso in danno di un pubblico ufficiale, non è punibile.

Il caso esaminato nella sentenza riguarda un cittadino che si è opposto ad una particolare identificazione della Polizia di Stato, ritenendo di essere vittima di una arbitraria condotta persecutoria, (costituita dalla reiterata identificazione, dall’ordine di salire a bordo dell’auto di servizio in assenza di contestazioni formali).

Va premesso che, secondo il nostro ordinamento, davanti alla richiesta di identificazione da parte di un pubblico ufficiale, il privato ha l’obbligo di fornire i documenti e quanto necessario.

Nella sentenza in oggetto, la Corte di Cassazione analizza un’interessante sintesi della possibilità di applicare la scriminante in esame anche in presenza di una causa di giustificazione putativa, secondo la disciplina dell’art. 59 c.p.

In termini più semplici, cosa succede se il privato ha la percezione soggettiva di un atto arbitrario che, in realtà, arbitrario non è?

E se il privato commette un errore di valutazione?

In breve, possiamo affermare che l’errore è in favore del privato solo quando insiste sul “fatto”.

Non ha invece alcuna rilevanza l’errore in diritto, cioè il caso in cui il privato pensi erroneamente che l’atto sia illegittimo a causa della propria ignoranza sulla norma extrapenale che disciplina quell’atto.
Come noto, questo tipo di ignoranza è assolutamente irrilevante e non vale a scriminare condotte illecite.

Nel caso in esame, tuttavia, la Cassazione ha ritenuto sussistente la causa di giustificazione “putativa”.

Il privato si era infatti visto vittima di una insistente attività di identificazione da parte delle Forze dell’Ordine, (prima a bordo del treno, poi appena sceso), che non soltanto non era consentita, ma che appariva ragionevolmente arbitraria e pretestuosa.

Il cittadino era ben conosciuto agli agenti della Polizia, per via di denunce che lo stesso aveva sporto contro magistrati del luogo e contro personale dello stesso commissariato.

Ecco allora che il soggetto, davanti alle reiterate richieste degli agenti ed alle modalità con cui queste furono espresse, aveva ritenuto – ragionevolmente- di essere vittima di un comportamento vessatorio, prevaricatorio, di prepotenza nei propri confronti.

Come si legge in sentenza, per notificargli un atto, “fu accompagnato coattivamente, mediante privazione della libertà personale, dopo che erano stati chiamati i rinforzi dalle forze dell’ordine per bloccarlo e condurlo presso il commissariato”.

Ebbene, la Cassazione ha ribadito come la tutela della libertà personale, bene primario, davanti ad un atto (ritenuto) arbitrario scrimina anche quelle lesioni personali cagionate nel tentativo di sottrarsi alla coattiva privazione della libertà per una mera notifica.

L’imputato è stato assolto perché il fatto non costituisce reato.