Alimenti Bio. Informazioni corrette e frode in commercio.

Alimenti Bio. Informazioni corrette e frode in commercio.
Stefano Pipitone

Informazioni scorrette o false possono integrare il reato di frode in commercio

Il reato può dar luogo alla responsabilità penale dell’impresa ex d.lgs. 231/2001

L’ascesa del biologico in Italia accelera senza sosta. I dati Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) fotografano un trend positivo che ha, ormai, consolidato le abitudini alimentari delle famiglie italiane, sempre più attente alla qualità del cibo.
Come in qualsiasi contesto merceologico, la crescita della domanda si affianca all’incremento di frodi in danno dei consumatori e distorsioni della concorrenza. Gli alimenti Bio sono infatti più cari dei prodotti convenzionali.

– Ma quando un cibo può dirsi biologico?
– E in quali responsabilità incorre chi vende prodotti indicati come bio che si rivelano non tali?

La risposta non così immediata, e dobbiamo ricorrere all’aiuto della normativa europea.
Il Regolamento (CE) del Consiglio n. 834 del 28 giugno 2007, che disciplina la materia, sarà in vigore ancora per pochi giorni. Verrà infatti abrogato a partire dal 01 gennaio 2021 dal Regolamento (UE) del Parlamento Europeo e del Consiglio n. 848 del 30 maggio 2018, relativo alla produzione biologica e all’etichettatura dei prodotti biologici (1).
Il nuovo regolamento – nato con lo scopo di fortificare la fiducia del consumatore sul prodotto di qualità bio – istituisce una vera e propria identità tra produzione biologica e gestione sostenibile.

In altre parole, il biologico non è più (soltanto) un prodotto, ma un “modo di essere” dell’impresa stessa, che dovrà operare seguendo i principi di:

  • tutela dell’ambiente,
  • protezione della biodiversità,
  • benessere degli animali,
  • conservazione delle specie autoctone ed in via di estinzione,
  • riproduzione degli animali con metodi naturali,
  • promozione della filiera corta,
  • sviluppo ed il miglioramento del materiale genetico (2).

Ergo il «prodotto biologico» è quello in linea con i metodi di produzione e trasformazione conformi ai principi contenuti nella normativa europea.
Tra gli altri requisiti, la produzione biologica prevede: divieto di uso OGM, divieto di radiazioni ionizzanti per alimenti o mangimi, rotazione pluriennale delle colutre, concimazione naturale, tecniche di prevenzione naturale contro i parassiti.
Per un dettaglio vi rinviamo al Testo unificato sulla produzione agricola con metodo biologico.

Ma non è tutto.

Perché in tema di Bio dobbiamo introdurre un ulteriore dato: la filiera bio è l’unica, attualmente, ad essere regolamentata in tutte le sue fasi: produzione, preparazione e persino distribuzione.
Il risultato è che anche la fase di vendita (all’ingrosso e al dettaglio) è soggetta a precise regole di certificazione. A tutela dei consumatori.

Secondo il sistema del Reg. CE n. 834/2007, infatti, gli operatori – prima di immettere prodotti sul mercato come biologici – hanno l’obbligo di assoggettare la loro impresa al sistema di controllo di cui all’art. 27.
La medesima normativa – art. 28, comma 2 – lascia tuttavia agli Stati la facoltà di esentare dal sistema di controllo “gli operatori che vendono prodotti direttamente al consumatore o all’utilizzatore finale, a condizione che non li producano, non li preparino, li immagazzinino solo in connessione con il punto di vendita o non li importino da un paese terzo o non abbiano subappaltato tali attività a terzi”.

E in Italia?
Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ne ha specificato l’adozione, con la Nota n. 14017 del 20.06.2012.

Dal 1 gennaio 2021, secondo il nuovo Reg. UE 848/2018, invece, l’esenzione del sistema di controllo dell’impresa è direttamente prevista all’art. 34 – Sistema di certificazione ”Gli operatori che vendono prodotti biologici preimballati direttamente al consumatore o all’utilizzatore finale sono esentati dall’obbligo di notifica di cui al paragrafo 1 del presente articolo e dall’obbligo di essere in possesso del certificato di cui all’articolo 35, paragrafo 2, a condizione che non li producano, non li preparino o non li immagazzinino se non in connessione con il punto di vendita, o non li importino da un paese terzo o non appaltino tali attività a terzi”.

Cosa significa tutto questo?
In sintesi, i venditori al dettaglio sono esentati dall’obbligo di certificazione del sistema di controllo.

Ma cosa accade e che responsabilità si concretizza per chi vende come biologici prodotti che in realtà, secondo la definizione data dalla legislazione europea, non possono qualificarsi tali?

Ove il fatto venga accertato, la responsabilità è certamente di tipo amministrativo, ai sensi del d. Lgs. 23 febbraio 2018, n. 20 – Disposizioni di armonizzazione e razionalizzazione della normativa sui controlli in materia di produzione agricola e agroalimentare biologica (…).

Tuttavia, il fatto potrebbe integrare il reato di frode in commercio di cui all’art. 515 c.p., aggravata ai sensi dell’art. 517 bis c.p..
La norma penale dispone, “chiunque, nell’esercizio di una attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto (440 – 445), con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a euro 2.065”.

In altre parole, verrebbe a costituirsi una consegna c.d. aliud pro alio, in termini di qualità del prodotto consegnato rispetto a quanto pattuito o dichiarato.
Il reato di frode in commercio è collocato fra i delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio ed è posto a tutela del leale esercizio dell’attività commerciale.

Elemento oggettivo del reato è la consegna del bene diverso.
Da questo deriva che la “mera” esposizione presso l’attività commerciale, (offerta di vendita), di prodotti falsamente contrassegnati come biologici, è un fatto che si arresta sulla soglia del reato tentato.
In questo caso, infatti, secondo la Corte di Cassazione, tenuto conto che l’offerta di vendita comporta solo la possibile consegna all’acquirente, il reato di frode in commercio sarà integrato, al più, nella forma tentata, (ex multis Cass. Pen., Sez. III, sent. n. 44340 del 30.09.2015).

Coerentemente, non sussiste il reato di frode commerciale, neppure in forma tentata, se il prodotto non è destinato alla vendita, (Cass. Pen. Sez. III, sent. n. 24989 del 20.05.2015).
Oltretutto, ai fini dell’art. 515 c.p., la diversità del bene deve emergere non tanto dalla denominazione dei prodotti, quanto all’analisi delle circostanze fattuali relative a qualità, tipologia, etichettatura, alla complessiva denominazione ed alle modalità di messa in vendita delle cose in questione.

Il delitto è un reato comune, non un reato proprio.
Autore materiale della frode in commercio non è, ex se, il legale rappresentante dell’attività commerciale, ma possono esserlo anche i dipendenti, (in concorso o meno) (3), che materialmente hanno posto in essere la condotta di commercializzazione del prodotto.

Per concludere, mettere in vendita un alimento convenzionale spacciandolo falsamente per Bio costituisce certamente un illecito amministrativo. A talune condizioni, la condotta può integrare anche la più grave fattispecie penale di frode in commercio, con le inevitabili conseguenze.

Su tutte, ove il fatto sia stato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente, (si pensi all’abbattimento dei costi di produzione), è possibile venga contestata la responsabilità penale dell’impresa attraverso l’art. 25bis d.lgs. 231/2001.
La conseguenza è il rischio di una sanzione pecuniaria sino a 500 quote, (quantificabili in un tetto pari a € 750.000,00).

Articolo redatto a cura della dott.ssa Elena Laudani

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Note:
(1) In estrema sintesi, le novità introdotte dal Reg. UE n. 848/2018 sono:
– Estensione dell’applicabilità della normativa ai prodotti elencati all’allegato I del Trattato di funzionamento dell’Unione Europea (es. sale marino e altri sali, bozzoli di bachi da seta, cera d’api, cotone, etc.). È facoltà degli Stati membri riconoscere standard nazionali applicabili anche al settore della ristorazione;
-Previsione di cc.dd. misure preventive e precauzionali da attuare nella produzione bio; viene, altresì, introdotta la nozione di “nanomateriali” ai fini del divieto di loro utilizzazione;
– Viene consentito agli Stati membri la previsione di regole più rigide con riferimento all’etichettatura “bio” in relazione alle soglie di sostanze non ammesse che possono contenere i prodotti;
– Con riferimento all’attività degli Organismi di certificazione, sono individuate 7 categorie di prodotti certificabili, vengono precisati elementi di esonero degli operatori, nonché introdotta la certificazione per “gruppi di operatori” al ricorrere di determinati requisiti;
– Viene anche regolamentato l’import: i prodotti bio esteri potranno circolare esclusivamente per il canale degli accordi commerciali bilaterali tra l’Unione Europea e i singoli Paesi richiedenti e previa certificazione conforme al nuovo regolamento.

(2) Articolo 5 – Reg. Ue
Principi generali“La produzione biologica è un sistema di gestione sostenibile che si basa sui seguenti principi generali:

a) rispettare i sistemi e i cicli naturali e mantenere e migliorare lo stato dei suoli, delle acque e dell’aria, la salute dei vegetali e degli animali e l’equilibrio tra di essi;
b) preservare elementi del paesaggio naturale, come i siti del patrimonio naturale;
c) assicurare un impiego responsabile dell’energia e delle risorse naturali come l’acqua, il suolo, la sostanza organica e l’aria;
d) produrre un’ampia varietà di alimenti e altri prodotti agricoli e dell’acquacoltura di elevata qualità che rispondano alla domanda dei consumatori di prodotti ottenuti con procedimenti che non danneggino l’ambiente, la salute umana, la salute dei vegetali o la salute e il benessere degli animali;
e) garantire l’integrità della produzione biologica in tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione di alimenti e mangimi;
f) progettare e gestire in modo appropriato processi biologici basati su sistemi ecologici e impiegando risorse naturali interne al sistema di gestione, con metodi che: i) utilizzano organismi viventi e metodi di produzione meccanici; ii) praticano la coltura di vegetali nel suolo e la produzione animale legata alla terra, o l’acquacoltura nel rispetto del principio dello sfruttamento sostenibile delle risorse acquatiche; iii) escludono l’uso di OGM, dei prodotti derivati da OGM e dei prodotti ottenuti da OGM che non siano medicinali veterinari; iv) si basano sulla valutazione del rischio e, se del caso, si avvalgono di misure precauzionali e di misure preventive;
g) limitare l’uso di fattori di produzione esterni; qualora siano necessari fattori di produzione esterni ovvero non esistano le pratiche e i metodi di gestione appropriati di cui alla lettera f), i fattori di produzione esterni si limitano a: i) fattori di produzione provenienti da produzione biologica; per quanto concerne il materiale riproduttivo vegetale, si dà priorità alle varietà selezionate per la loro capacità di rispondere alle esigenze e agli obiettivi specifici dell’agricoltura biologica; ii) sostanze naturali o derivate da sostanze naturali; iii) concimi minerali a bassa solubilità; h) adattare il processo di produzione, ove necessario e nel quadro del presente regolamento, per tenere conto delle condizioni sanitarie, delle diversità regionali in materia di equilibrio ecologico, climatico e delle condizioni locali, dei vari stadi di sviluppo e delle particolari pratiche zootecniche; i) escludere dall’intera catena dell’alimentazione biologica la clonazione animale, l’allevamento di animali poliploidi artificialmente indotti e le radiazioni ionizzanti; j) mantenere un elevato livello di benessere degli animali rispettando le esigenze specifiche delle specie.

(3) Fermi gli obblighi di formazione e vigilanza del legale rappresentante dell’attività.