Diffamazione e blog. Il blogger è responsabile penalmente per i commenti al sito?

Diffamazione e blog. Il blogger è responsabile penalmente per i commenti al sito?
Studio Legale Pipitone

Il fenomeno dei reati commessi in rete è in costante aumento.

Furti di identità, Cyberbullismo, crypto-Loker, accesso abusivo a reti informatiche, pedopornografia, truffe. Senza scomodare il cd. dark web.
Su tutti, quantomeno per vastità del fenomeno, la diffamazione a mezzo internet.

Oggi le “chiacchere da bar” si sono trasformate in “opinioni social”. Il web è popolato da un fiume di tuttologi che quotidianamente esprimono commenti e giudizi sugli argomenti più vari.
Purtroppo le opinioni social spesso sfociano in espressioni volgari, giudizi trancianti comunicati con termini triviali, offensivi.

Il fenomeno è conosciuto con il termine hate speech, che possiamo tradurre in italiano come “i discorsi d’odio”. Sono gli “odiatori del web”. In breve, parliamo della diffamazione online.

È ormai assodato che i social media, unitamente alle funzioni positivi e propositive, abbiano agevolato la diffusione di insulti da parte di utenti che, trincerati dietro la tastiera, credono di poter violare impuniti l’onore e la dignità di chiunque.

La Corte di Cassazione è intervenuta più volte affermando come “l’uso di una bacheca facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’articolo 595 c.p., comma 3, sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa, poiché’ la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non può dirsi posta in essere “col mezzo della stampa”, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico”, (Sez. V, n. 4873 del 14.11.2016, Manduca, Rv. 26909001).

La diffamazione in Italia è un reato.

La precisazione non è banale, perché in molti altri paesi, come la Gran Bretagna, la diffamazione è un mero illecito civile.
Nel nostro ordinamento giuridico è l’art. 595 Codice Penale a disciplinare il delitto di diffamazione semplice, punito con la pena della reclusione fino ad un anno o con la multa sino a Euro 1.031.

Il legislatore ha previsto delle circostanze aggravanti del reato.

La prima si configura quando il contenuto diffamatorio contiene un’accusa specifica, un fatto determinato, e determina la sanzione più severa della reclusione sino a due anni, ovvero della multa sino a € 2.065.
Nell’eventualità in cui l’offesa sia effettuata con il mezzo della stampa, o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a € 516.

Ma cosa si intende per diffamazione? È l’offesa della reputazione, dell’onore o della professionalità di qualcuno, comunicata a più persone.

In tema di diffamazione tramite “internet” la Corte di Cassazione ha evidenziato che la diffamazione, in quanto reato di evento, si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono l’espressione ingiuriosa. Nel caso in cui frasi o immagini lesive siano immesse nel “web”, questo avviene nel momento in cui il collegamento viene attivato e l’interessato ha (o può avere) notizia della immissione in internet del messaggio offensivo, (Cass. Pen. Sez. V, n. 23624 del 27.04.2012, Ayroldi, Rv. 25296401). Il reato si perfeziona quindi nel momento della pubblicazione in rete del contenuto offensivo.

Per la Corte di Cassazione è indubbia la responsabilità penale per il soggetto autore di un contenuto offensivo postato in rete.

Più complessa è la definizione delle responsabilità del gestore del servizio.
Si pensi per esempio al gestore/proprietario di un blog ovvero degli Internet Provider Service.

Sgombriamo il campo da un primo dubbio.
Quando il gestore commette il fatto (diffamatorio) in prima persona, risponderà degli illeciti legati ai contenuti diffusi.
Il nodo da sciogliere riguarda piuttosto la responsabilità per i contenuti inseriti sul web da altri soggetti.

La cornice normativa è data dal Decreto Legislativo n. 70 del 9.04.2003, emanato per recepire una Direttiva Europea del 2000.

In generale, per i providers è stata stabilita l’assenza di un obbligo generale di sorveglianza ex ante, (art. 17 d.lgs. 70/2003).
Dunque nessuna responsabilità in tema di servizi di cd. mere conduit, caching e hosting.

La ratio dell’esenzione (deroga) di responsabilità la troviamo nel considerando n. 42 della Direttiva 2000/31/CE, limitata al caso in cui l’azione del provider si limita all’attivazione e fornitura dell’accesso alla rete di comunicazione, dove poi vengono memorizzare e trasmesse le informazioni.

In sintesi, si tratta di una attività meramente tecnica, automatica, che non riguarda, neanche indirettamente, il contenuto delle informazioni trasmesse o memorizzate, nelle quali il provider non viene coinvolto.

C’è tuttavia un’eccezione. Gli ordinamenti dei singoli Stati possono prevedere che le autorità statali pretendano obblighi a carico del fornitore perché questo impedisca o ponga dine alla violazione commessa attraverso il servizio offerto, (ecco allora compresa  la possibilità di rimozione automatica dei post, effettuata da alcuni noti social network).

In alcuni casi è stato fatto un passo ulteriore, imponendo ai provider un vero e proprio obbligo di collaborazione.

Discorso diverso riguarda gli amministratori di blog, i blogger.

Questi infatti non forniscono un servizio, ma mettono a disposizione degli utenti una piattaforma nella quale pubblicare contenuti, commenti su temi individuati dai blogger.
Si tratta di una attività in un certo qual senso” editoriale”.

In breve, il blog (diario-web) è un contenitore di testo, aggiornabile in tempo reale, nel quale vengono pubblicati contenuti multimediali assimilabili al genus dell’articolo di giornale.
Come tutti sappiamo, al “post” viene spesso affiancata la possibilità per gli utenti-lettori di inserire dei commenti.
Questa opzione gioca un ruolo chiave sui risvolti in tema di responsabilità dell’amministratore del sito.

Il blogger ha un obbligo di vigilanza su tutto quello che viene scritto sul proprio blog?

La Cassazione ha riposto escludendo la responsabilità penale del blogger ad una condizione, che si verifica quando questi “reso edotto dell’offensività della pubblicazione, decide di intervenire prontamente a rimuovere il post offensive”.

Questo principio è stato cesellato anche dalla Corte Europea dei Diritti Umani, con la sentenza del 9 marzo 2017, (Pihl vs. Svezia).
Nel caso richiamato, secondo la Corte, “il fatto che il gestore avesse tempestivamente rimosso sia il post sia il commento offensivo, per di piu’ scrivendo un nuovo post contenente la spiegazione di quanto accaduto e le scuse, era da ritenersi un comportamento idoneo a escluderne la responsabilita’ per concorso in diffamazione.
La Corte Europea ha quindi escluso la possibilita’ di ritenere automaticamente responsabile il gestore del sito per qualsiasi commento scritto da un utente, sempre che, una volta a conoscenza del contenuto diffamatorio del commento, si sia immediatamente ed efficacemente adoperato per rimuoverlo.

Al contrario, è possibile affermare la responsabilità penale del blogger quando questi, presa coscienza della lesività dei contenuti postati nel proprio blog, li mantenga consapevolmente, (Cass. Pen. Sez. V 20.03.2019 sent. n. 12546, RV 275995).

Ultima nota, in tema di sequestro del sito web.
I blog non godono delle garanzie costituzionali in tema di sequestro della stampa.
Se ricorrono i presupposti di fumus commissi delicti e periculum in mora, infatti, l’Autorità Giudiziaria può disporre il sequestro preventivo di un intero sito web, imponendo in via d’urgenza al gestore di oscurare la pagina.

In conclusione, secondo l’attuale orientamento seguito dalla Corte di Cassazione, il blogger risponde del delitto di diffamazione, aggravato dall’offesa arrecata con altro mezzo di pubblicità, per gli scritti di natura denigratoria pubblicati sul sito da terzi quanto, una volta venutone a conoscenza, non provveda alla immediata rimozione del contenuto diffamatorio. Tale condotta, infatti, è ritenuta equivalente alla consapevole diffusione del contenuto lesivo dell’altrui reputazione, agevolando l’ulteriore attività di diffusione dei commenti diffamatori, (mediante ri-post da parte di terzi).

Per la versione integrale della sentenza richiamata nell’articolo clicca qui.

Per ogni richiesta di chiarimento, informazioni o per una consulenza è possibile contattarci direttamente a info@stefanopipitone.eu